Mirra Andreeva, l’orgoglio della fragilità: “Non sono una campionessa”
Si parla spesso di salute mentale nel tennis, quasi fosse un tema parallelo al campo, qualcosa da trattare a parte, qualcosa che alle volte è meglio non vedere: avete presente la polvere sotto il tappeto? Ecco. Poi arriva una giornata come quella vissuta da Mirra Andreeva alla Mutua Madrid Open 2026 e il tappeto si solleva, la polvere finisce nell’aria che respiriamo ricordandoci perché mente e gioco, nel tennis, sono la stessa cosa. A diciannove anni, età di passaggio, di confine sottile tra adolescenza e maturità, Andreeva si è trovata a fare i conti non solo con un’avversaria, ma con se stessa, i suoi dolori e i suoi mostri. E forse è proprio questo il punto più difficile da gestire per chi arriva presto, spinto da un talento che accelera i tempi e brucia le tappe. L’ingresso in quel mondo degli adulti con il passaporto in tasca del talento. La vittoria con Anna Bondar, conquistata dopo quasi tre ore di lotta, 6-7(5), 6-3, 7-6(5), vale i quarti di finale per il terzo anno consecutivo a Madrid, ma il risultato, per una volta, è quasi un dettaglio. Perché quello che resta è l’immagine di una ragazza che si scopre fragile nel momento in cui dovrebbe essere più forte. Mirra Andreeva to her box after losing a 5-1 lead over Bondar in the deciding set in Madrid:“I’m not a champion. I’m not a champion. I will lose. I will lose.”Tough scenes. pic.twitter.com/mXs45BUSIV— The Tennis Letter (@TheTennisLetter) April 27, 2026 Il crollo di Andreeva: “Non sono una campionessa” Il match è stato un’altalena emotiva. Andreeva sembrava avere il controllo, avanti 5-1 nel terzo set, con la partita in mano e il traguardo a un passo. Poi qualcosa si è rotto. Due break subiti, il punteggio che torna in equilibrio, fino al 5-5. Ed è questo il momento di rottura, è qui che la tensione diventa troppo grande. Seduta al cambio di campo, guardando il suo angolo, dove c’è anche la coach Conchita Martinez, Andreeva lascia uscire tutto: “Non sono una campionessa. Non sono una campionessa. Sto per perdere”. Parole crude, senza filtro. Parole che nel tennis raramente si sentono così chiaramente, perché spesso restano dentro, coperte dal silenzio e dalla necessità di mostrarsi sempre solidi. E invece no. Andreeva si espone, si mette a nudo. Ammette la paura, il dubbio, persino la sensazione di “strozzarsi” nel momento decisivo: è il lato più umano di uno sport che non concede appigli, dove sei solo, senza cambi, senza panchina, senza tempo per nasconderti. E guai a dire, “eh beh, se non reggi non puoi giocare a queli livelli” perché la crisi c’è stata, è vero, ma Mirra ha dimostrato tanto. Vincere non basta: il significato di quel pianto Perchè, proprio quando tutto sembra scivolare via, Andreeva trova un modo per restare aggrappata alla partita. Tiene il servizio, si prende il tie-break e lo chiude 7-5, con un rovescio lungolinea che è liberazione pura. Poi le lacrime. Non di gioia, ma di sollievo. Vincere, in quel modo e in quel momento, non basta a cancellare quello che è successo dentro. Quelle parole restano, pesano, raccontano un periodo complicato, come lei stessa ha lasciato intendere e raccontano anche quanto sia sottile il confine tra dominio e crollo, tra controllo e perdita di sé. Ora ai quarti troverà Leylah Fernandez, in una sfida che può darle molto soprattutto in termini di prospettiva nel torneo e che, al di là del risultato, ci lascia un ricordo impresso su quella terra rossa che ogni giorno calca, un segno più profondo; perché Mirra Andreeva ha vinto una partita, ma soprattutto ha mostrato quanto sia difficile il percorso per diventare una campionessa, prima ancora di esserlo davvero. ...